Intorno a Milano stanno arrivando decine di data center, gli edifici che fanno funzionare internet, il cloud e l’intelligenza artificiale. Per chi li costruisce sono miliardi di investimenti e posti di lavoro. Per oltre quaranta comitati di cittadini significano consumo di suolo, energia, calore e decisioni prese senza ascoltare chi ci vive accanto. Ieri 52 sindaci dell’area metropolitana hanno scritto alla Regione: chiedono di contare di più. Abbiamo messo in fila i numeri, gli argomenti a favore e quelli contrari.
Cos’è un data center
Ogni volta che usiamo un’app, guardiamo una serie in streaming, salviamo una foto nel cloud o facciamo una domanda a un’intelligenza artificiale, da qualche parte un computer lavora per noi. Quei computer stanno nei data center: grandi capannoni pieni di server accesi giorno e notte.
Funzionano a tre condizioni: tanta elettricità, sistemi di raffreddamento che li tengano a temperatura e collegamenti in fibra veloci. Per i momenti in cui manca la corrente hanno anche generatori di emergenza, spesso a gasolio. Un data center si misura in megawatt (MW), cioè con la quantità di energia elettrica che può assorbire.
Perché proprio Milano
L’area milanese ha tutto quello che serve a questi impianti: una rete elettrica forte, la fibra, molte aziende clienti e le competenze tecniche. Per questo è diventata il polo italiano del settore.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nell’area milanese si concentra il 68% della potenza installata in Italia, pari a 414 MW (dati 2025). L’obiettivo del settore è superare 1 gigawatt (1.000 MW) entro il 2028. Secondo i dati citati da MilanoToday, tra Milano e hinterland ci sono 49 data center operativi, 24 in costruzione e 25 in progetto.
Quanti ne vorrebbero costruire
Le richieste sono molte di più dei progetti che verranno realizzati davvero. Prima di costruire, chi vuole aprire un data center chiede a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, di essere allacciato.
A luglio 2026 le richieste arrivate dalla Lombardia valevano quasi 45 gigawatt, il 47% del totale italiano. Per avere un termine di paragone: il picco di consumo elettrico di tutta Italia nel 2026 è di circa 58 gigawatt. Ma solo una piccola parte di queste richieste è andata avanti. In Lombardia i contratti firmati valgono circa il 3,7% della potenza richiesta. Chiedere l’allaccio costa poco e non obbliga a costruire: molte domande sono “prenotazioni” fatte per tenersi aperta una possibilità, o per rivendere il progetto.
Il numero di nuove domande continua comunque a crescere. Dall’entrata in vigore della legge regionale di giugno ne sono arrivate oltre 60, per circa 11 gigawatt. Secondo stime regionali riportate dalla stampa, se tutti questi progetti funzionassero a pieno regime consumerebbero circa 90 terawattora di elettricità all’anno. Oggi l’intera Lombardia ne consuma circa 65. “È chiaro che non è sostenibile”, ha detto l’assessore regionale Massimo Sertori.
Cosa portano: gli argomenti a favore
Investimenti. Secondo il Politecnico, tra il 2023 e il 2025 in Italia sono stati investiti nei data center 7,1 miliardi di euro. Per il triennio 2026-2028 ci sono 83 progetti annunciati, per 25,4 miliardi. Gran parte di questi soldi arriva da grandi gruppi esteri, che possono scegliere di investire altrove. “Rifiutarli sarebbe un suicidio economico”, sostiene l’ingegnere Saro Capozzoli, intervistato da Il Giorno.
Lavoro. Quanti posti di lavoro creino i data center è uno dei punti più discussi. Durante il cantiere servono molte persone: per il data center di Segrate, da 27 MW, fino a 300 al picco dei lavori. Quando l’impianto è acceso servono molte meno persone: a Segrate 25 dipendenti a tempo pieno. Per il progetto di Opera, l’azienda indica 400 posti stabili e 1.500 indiretti. In Italia non esistono statistiche ufficiali su questo dato. Le stime vanno da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 posti di lavoro per ogni megawatt (Università di Padova con WWF Italia) fino a decine di migliaia di nuovi occupati entro il 2035 (studio TEHA-A2A). Molto dipende da cosa si conta: posti diretti, indiretti o generati dall’indotto.
Soldi per i Comuni. Chi costruisce paga gli oneri di urbanizzazione e spesso finanzia opere pubbliche come compensazione. A Opera si parla di circa 2,1 milioni di euro di oneri, più la ristrutturazione del palazzetto dello sport e 175 nuovi alberi. A Rho l’accordo vale circa 5,6 milioni di euro per servizi, verde e interventi ambientali.
Calore per le case. I server producono calore, che si può recuperare. A2A ed Equinix hanno firmato a luglio un accordo per portare nella rete del teleriscaldamento di Milano il calore del data center di Settimo Milanese. Secondo le due aziende, a regime saranno circa 225 gigawattora all’anno, abbastanza per scaldare oltre 21mila abitazioni.
Servizi digitali. Chi sostiene i data center ricorda che tenere i dati vicino a chi li usa rende i servizi più veloci e più sicuri, anche per ospedali, banche ed enti pubblici. Inoltre lascia al Paese più controllo sulle proprie informazioni.
Perché tanti non li vogliono: gli argomenti contrari
I comitati “No data center” sono ormai più di quaranta, quasi tutti nei comuni intorno a Milano e nel Pavese. Dicono di non essere contrari al digitale, ma al modo in cui gli impianti vengono costruiti. Questi sono i loro argomenti principali.
Il suolo. La Lombardia è la regione italiana che consuma più suolo. Molti progetti nascono su terreni agricoli, non su aree industriali abbandonate. Il caso più discusso è il triangolo tra Lacchiarella, Badile e Zibido San Giacomo, nel Parco Agricolo Sud. Qui sono in programma più impianti su circa 70 ettari, oltre a una nuova stazione elettrica di Terna di circa 9,5 ettari.
L’energia. Nel 2024 i data center hanno usato l’1,9% dell’elettricità consumata in Italia. Secondo uno studio del Politecnico, nel 2035 potrebbero arrivare tra il 7 e il 13%. I critici temono che servano nuove centrali a gas, e che la domanda dei data center faccia salire i prezzi o rallenti la transizione alle rinnovabili.
L’acqua. I server vanno raffreddati, e i sistemi più vecchi usano molta acqua. In Lombardia la legge regionale ora vieta di usare l’acqua degli acquedotti per raffreddare i data center. Gli impianti nuovi usano circuiti chiusi, che riutilizzano l’acqua presa dalla falda superficiale. Secondo Luca Dozio, dell’Osservatorio del Politecnico, “non sono ancora emersi problemi”, ma è un tema “a cui bisogna prestare attenzione”. I comitati chiedono controlli pubblici su tutti i prelievi.
Calore e rumore. Su questo punto le stime sono molto diverse. Secondo alcuni comitati, il calore espulso dagli impianti potrebbe alzare la temperatura fino a 5 gradi nel raggio di un chilometro. Per il progetto di Opera l’azienda parla invece di 0,1 gradi fuori dalla recinzione e di un rumore “come due persone che parlano”. Preoccupano anche i generatori di emergenza a gasolio e il traffico dei camion durante i cantieri.
Pochi posti stabili. Per sindacati e comitati, i posti di lavoro veri sono quelli del cantiere, che dura qualche anno. Quando l’impianto è acceso ne restano poche decine.
Le decisioni prese altrove. È forse il punto più sentito. I progetti più grandi possono essere dichiarati di “preminente interesse strategico nazionale”, con procedure più rapide. Sopra i 50 MW la competenza passa alla Regione, e un decreto nazionale di febbraio affida l’autorizzazione finale al Ministero o alla Regione, non al Comune. I comitati dicono che i cittadini vengono a sapere dei progetti “quando scelte e procedure sono già in fase avanzata”. E chiedono di valutare l’effetto di tutti gli impianti insieme, non uno alla volta.
La notizia: 52 sindaci scrivono alla Regione
Ieri, 20 ottobre, 52 dei 133 sindaci dell’area metropolitana di Milano hanno firmato una lettera alla Regione Lombardia. Dicono di sentirsi “esautorati davanti alle nostre comunità” e chiedono di essere coinvolti nella revisione della legge regionale. In particolare chiedono:
– poteri di pianificazione per la Città metropolitana e le Province;
– criteri chiari su dove si possono costruire gli impianti;
– una valutazione degli effetti sommati su tutta l’area;
– compensazioni trasparenti per le comunità;
– che la Regione chieda al Governo di cambiare anche le regole nazionali, perché senza quelle “i sindaci restano esautorati”.
Le regole: cosa prevede la legge e cosa cambierà
La legge regionale n. 11 del 3 giugno 2026 è stata la prima in Italia sui data center. Non vieta di costruire sui terreni agricoli, ma prevede questi incentivi e obblighi:
– costruire sul verde costa di più: contributi aumentati del 100% sui terreni agricoli e del 200% in parchi e aree protette;
– sconti sulle aree dismesse: tra il 10 e il 30%, con procedure più veloci;
– acqua: vietato usare quella degli acquedotti per il raffreddamento;
– energia: gli impianti devono usarla da fonti rinnovabili;
– consultazione dei Comuni vicini: obbligatoria per gli impianti sopra i 10 MW.
Per Legambiente e per i comitati non basta: i grandi gruppi possono permettersi di pagare oneri più alti, e la costruzione sul verde resta possibile. Dopo le proteste, la Regione ha annunciato una revisione. Secondo il presidente Attilio Fontana, l’obiettivo è portare gli investimenti “verso aree da recuperare” e non verso nuovo suolo. Le modifiche dovrebbero dare più peso alle aree dismesse, ai sistemi di raffreddamento che consumano meno acqua e alle rinnovabili. Il testo dovrebbe arrivare in Consiglio regionale entro circa un mese.
Nel frattempo, la rete nazionale dei comitati chiede una moratoria: uno stop alle nuove costruzioni finché non ci saranno regole chiare e una pianificazione condivisa.
La domanda per il futuro sindaco
Il sindaco di Milano è anche sindaco della Città metropolitana, cioè dell’ente che riunisce i 133 comuni dove sorgono quasi tutti questi impianti. Chi guiderà la città dovrà decidere che ruolo vuole avere. Può lasciare che ogni Comune tratti da solo con i grandi gruppi, oppure provare a fissare regole uguali per tutta l’area: dove costruire, cosa chiedere in cambio in calore, verde e servizi, come informare i cittadini prima che le decisioni siano prese. E dovrà trovare un equilibrio tra un settore che porta investimenti e un territorio che chiede di non pagarne il prezzo in suolo, energia e qualità della vita.
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FONTI: Il Giorno, truenumbers.it, italia-informa.com, Linkiesta, Il Fatto Quotidiano, Adnkronos, Il Giorno, Il Giorno, 01net.it, alanews.it, greenplanner.it, pressenza.com, valori.it


